San Lorenzo in Borsa: le stelle cadono, gli indici no

Nella tradizione popolare, la notte di San Lorenzo è il momento in cui si alzano gli occhi al cielo carichi di desideri, attendendo che una scia luminosa attraversi l’oscurità. In Borsa, negli ultimi 12 mesi, non è stato necessario attendere il buio per vedere le stelle cadere. Nonostante un mercato complessivamente euforico, con il FTSE MIB in crescita di circa il 30%, lo STOXX Europe 600 in rialzo di oltre il 20% e l’S&P 500 è salito di quasi il 21%, molte “stelle” storiche del listino hanno perso improvvisamente la loro luce.

In un contesto di tale vigore, festeggiare i record degli indici è istintivo, ma osservare chi cade è tecnicamente più istruttivo. Le traiettorie discendenti di campioni consolidati non sono semplici incidenti di percorso, ma segnali di un profondo riposizionamento tattico delle gerarchie globali.

Lezione 1: Lo status non è un dividendo eterno

Il settore automobilistico europeo incarna perfettamente la transizione da pilastro del listino a “stella cadente”. Mentre l’indice generale volava, lo STOXX Europe 600 Automobiles & Parts ha ceduto il 12% in 52 settimane, accumulando un divario di performance di circa 33 punti percentuali rispetto al mercato.

Questa crisi non si è limitata ai corsi azionari, ma ha intaccato lo status stesso dei suoi protagonisti attraverso una serie di declassamenti senza precedenti. Stellantis è stata esclusa a settembre dall‘EURO STOXX 50, il gotha delle blue chip europee. Mercedes-Benz ha perso il suo posto nello STOXX Europe 50, lasciando spazio a Rheinmetall. Il DAX tedesco ha visto poi la doppia retrocessione di Porsche AG (settembre 2025) e Porsche Automobil Holding SE (giugno 2026). In Italia, Pirelli è uscita dal FTSE MIB lo scorso settembre, sostituita da Lottomatica.

Questa non è solo una flessione ciclica, ma una perdita di rilevanza relativa. Il mercato sta comunicando che la leadership industriale passata non garantisce più un posto in prima fila nel tempio della finanza.

Ma non è solo un declassamento. Tra le sei case automobilistiche presenti nei cinque listini analizzati (attuali componenti di FTSE MIB, DAX, CAC 40, IBEX 35 e AEX), nessuna ha prodotto un total return positivo negli ultimi dodici mesi. Stellantis perde circa il 42% (con un drawdown che ormai supera l’80%), BMW il 27%, Volkswagen il 17%. Ferrari cede circa il 6% (dopo aver registrato flessioni di quasi il 28%), Renault il 5% (anche lei dopo aver segnato anche flessioni a doppia cifra durante l’anno) e Mercedes-Benz il 4%. La performance media del gruppo è circa -17%.

Potremmo dire che davanti al tempo che muta le cose, l’animo umano preferisce spesso conservare l’immagine che ricorda. Per un investitore, però, questo sentimento è un veleno: continuare a guardare una società per ciò che è stata, ignorando che prezzi e pesi negli indici raccontano già un futuro diverso, è l’errore più costoso che si possa commettere.

Lezione 2: La narrativa è un moltiplicatore a doppio taglio

Mentre l’automotive vive un lento tramonto, in attesa di giorni migliori, il settore software nel 2026 ha subito una tempesta improvvisa e brutale. Tra il 1° gennaio e il 10 aprile, l’IGV, uno dei principali ETF di riferimento del comparto, è arrivato a perdere circa il 30%, innescando un violento repricing di un settore che fino a pochi mesi prima era considerato tra i principali beneficiari dell’intelligenza artificiale.

Il cambiamento è partito dalla narrativa, ma è stato alimentato dall’arrivo di prodotti sempre più capaci, a partire da Claude. Se nel 2025 l’AI era vista soprattutto come un moltiplicatore di valore, nel 2026 il mercato ha iniziato a domandarsi se potesse diventare anche uno strumento di sostituzione. La reazione fu probabilmente più ampia della minaccia effettiva. Ma il messaggio arrivò forte.

Per anni il SaaS ha costruito la propria prevedibilità sul seat-based pricing: più dipendenti utilizzavano Salesforce, Adobe o Monday.com, più licenze venivano vendute e maggiori erano i ricavi ricorrenti. Se però l’AI consente a un singolo lavoratore, o direttamente a un agente autonomo, di svolgere attività che prima richiedevano più persone e applicazioni, quella relazione diventa meno lineare.

Eppure, il mercato ha presto scoperto che anche la narrativa della morte del software, la cosiddetta SaaSpocalypse, era eccessiva. Dopo essere arrivato a circa -30% ad aprile, l’IGV, ETF di riferimento del comparto americano, ha recuperato quasi interamente il terreno perduto. La sentenza iniziale è stata quindi ridimensionata, ma non cancellata. L’AI ha trasformato il software da rendita percepita a gara di reinvenzione.

La vera storia però è la dispersione. Nel portafoglio IGV, Palo Alto Networks segna da inzio anno circa +110%, CrowdStrike +89% e Fortinet oltre +100%. Dall’altra parte Intuit perde il 49%, Salesforce circa il 27%, Adobe il 26%, Oracle il 21% e ServiceNow il 18%. Persino all’interno della cybersecurity la lettura non è uniforme.

Anche in Europa si vedono tracce evidenti della pressione. SAP, un anno fa prima azienda europea per capitalizzazione, ha ormai perso quel primato (attualmente si colloca nella decima posizione), cedendo circa il 25% su dodici mesi.

L’AI non sta quindi decretando la morte del software. Sta rendendo molto più selettivo il premio che il mercato è disposto a riconoscergli. La stella cadente potrebbe non essere il software, ma la convinzione che un ricavo ricorrente sia automaticamente un ricavo protetto.

Lezione 3: L’indice sopravvive tradendo i suoi campioni

Gli indici azionari mantengono la propria forza proprio perché sono organismi privi di memoria e, soprattutto, di riconoscenza; capaci cioè di “tradire” i propri campioni sostituendoli quando la loro luce si affievolisce.

Trilussa, guardando il cielo d’agosto, scriveva che era talmente “carico de stelle” da potersi permettere il lusso di buttarne qualcuna via (“se pija er lusso de buttalle via). La Borsa funziona in modo sorprendentemente simile: un indice può perdere vecchi protagonisti senza perdere necessariamente forza, perché altre società ne occupano progressivamente lo spazio.

Il FTSE MIB ne offre una fotografia quasi perfetta. A fine agosto 2025 i primi dieci titoli rappresentavano il 71,43% dell’indice. A fine luglio 2026 il peso era ancora il 71,67%. La concentrazione è rimasta praticamente invariata, la gerarchia molto meno. Stellantis, ancora nella top 10 a dicembre con un peso del 3,19%, ne è uscita da gennaio. Ferrari è passata dal 7,98% di fine agosto al 5,36% di luglio. Nel frattempo, STM è risalita fino al 5,61% a giugno e Prysmian ha guadagnato peso.

A questo ricambio interno si aggiungono le revisioni formali del paniere. Lottomatica ha sostituito Pirelli, Fincantieri ha preso il posto di Interpump e Avio quello di Banca Popolare di Sondrio.

Certo, è utile ricordare come l’ingresso o l’uscita da un indice non rappresenta un giudizio sulla qualità futura di una società. I benchmark seguono infatti criteri di capitalizzazione, liquidità e flottante. Ma proprio per questo sono interessanti: registrano il cambiamento delle gerarchie senza alcun legame con la reputazione accumulata in passato.

Il desiderio giusto per il prossimo San Lorenzo

La lezione finale è che non basta desiderare che il mercato salga. Chi avesse chiesto semplicemente “prezzi più alti” nell’agosto 2025 sarebbe stato accontentato dai numeri record, ma avrebbe comunque potuto subire perdite devastanti restando ancorato alle vecchie leadership dell’auto o del software tradizionale.

Il mercato non ha cuore, ha solo bilance. Pesa continuamente prezzi, aspettative e capitalizzazione con una spietatezza metodica. Chiudere gli occhi davanti al cambiamento per restare legati a un ricordo, in finanza si traduce in un costo insostenibile.