Wall Street al Bivio tra Petrolio e Intelligenza Artificiale

Wall Street arriva al dato sull’inflazione con il petrolio tornato a dettare il ritmo della seduta. Le iniziali speranze di una riapertura dello Stretto di Hormuz avevano sostenuto il sentiment, ma il riemergere delle distanze tra Washington e Teheran ha rapidamente raffreddato l’ottimismo, riportando il Brent a ridosso dei 90 dollari al barile.

Mentre l’azionario europeo ha chiuso in lieve territorio positivo, lo S&P 500 ha perso lo 0,3%, con appena 4 degli 11 settori in rialzo. La debolezza nel comparto tecnologico si è concentrata soprattutto sul software, mentre i semiconduttori hanno continuato a mostrare forza relativa, con l’ETF SMH in rialzo dello 0,6%. Il Nasdaq ha ceduto lo 0,6%, mentre il Russell 2000 ha guadagnato lo 0,3%. Più che una vera fuga dal rischio, il quadro restituisce l’immagine di un mercato in attesa, con i rendimenti Treasury in calo.

Il motivo è semplice. Oggi il mercato deve capire se il nuovo rischio energetico si sta innestando su un’inflazione ancora problematica oppure su una dinamica dei prezzi che, sotto la superficie, sta finalmente perdendo forza.

Il mercato del lavoro sembra suggerire la seconda ipotesi. A luglio gli Stati Uniti hanno perso 23.000 posti di lavoro, contro attese per un aumento, mentre maggio e giugno sono stati rivisti complessivamente al ribasso di 103.000 unità. La crescita dei salari è rallentata al 3,2% annuo e il tasso di partecipazione è sceso al 61,4%. Il calo della disoccupazione al 4,1% va quindi letto con cautela: una parte del movimento riflette la contrazione della forza lavoro, più che un’accelerazione della domanda di lavoratori.

È forse questo il punto più importante per la Fed. Il lavoro, oggi, sembra molto meno capace di alimentare una nuova spirale inflazionistica. Le imprese assumono poco, ma continuano anche a licenziare relativamente poco. Un quadro aggregato che contrasta con la percezione restituita dal settore tecnologico, dove Layoffs.fyi conta già oltre 126 mila tagli nel 2026 (non solo negli USA), con l’AI sempre più spesso al centro delle strategie di riduzione dei costi e riallocazione del capitale.

Il dato NFIB di luglio evita però letture eccessivamente pessimistiche. L’ottimismo delle piccole imprese è salito a 99,8 e le intenzioni di assunzione hanno raggiunto il livello più alto dall’ottobre 2022. Inoltre, il 36% delle aziende continua a segnalare posizioni difficili da coprire, un dato che può riflettere non solo una domanda di lavoro ancora presente, ma anche un’offerta diventata più scarsa. Il mercato del lavoro sta quindi raffreddando, ma parte di questo raffreddamento avviene mentre si restringe anche il bacino di lavoratori disponibili.

Fuori dal quadro macro, intanto, la macchina dell’AI continua a lasciare impronte nell’economia reale. Nei primi dieci giorni di agosto le esportazioni sudcoreane sono cresciute del 45,3% a/a, spinte da un balzo del 155% dei semiconduttori, che hanno rappresentato circa il 47% dell’intero export coreano del periodo. È un indicatore imperfetto della domanda AI, ma resta uno dei termometri ad alta frequenza più interessanti della filiera dei chip. CoreWeave, in rialzo del 15,72% nell’after hours al momento della stesura (la possibile prima reazione con chiusura positiva post pubblicazione), ha aggiunto un altro tassello: i ricavi del secondo trimestre sono più che raddoppiati a 2,6 miliardi di dollari, mentre il backlog ha raggiunto i 104 miliardi. Anche Super Micro, +7,56% nell’after hours, ha rafforzato il segnale dal lato dell’infrastruttura, indicando per il FY2027 ricavi compresi tra 65 e 72 miliardi di dollari, ben oltre i circa 54 miliardi attesi dal mercato. La spesa per l’AI, almeno per ora, continua quindi a tradursi in ordini, infrastrutture e ricavi reali.

Tutto porta però al CPI di oggi. Il consenso vede l’inflazione headline rallentare dal 3,5% al 3,4% a/a e il core dal 2,6% al 2,5%, con quest’ultima attesa allo 0,2% m/m. Il mercato arriva all’appuntamento quasi perfettamente diviso sulla Fed: secondo il FedWatch, la probabilità di un rialzo di 25 punti base a settembre è scesa al 49,9%, dal 69,6% di un mese fa. È un pricing quasi binario, e proprio per questo anche pochi decimali possono fare molta differenza. Un core allo 0,2% o inferiore rafforzerebbe l’idea che la Fed possa assorbire il nuovo shock energetico senza dover reagire immediatamente. Una sorpresa al rialzo cambierebbe invece l’equazione: petrolio vicino ai 90 dollari, inflazione sottostante più persistente e una banca centrale con meno spazio per restare ferma.