Lo scorso lunedì lo avevamo già scritto: la debolezza del mercato del lavoro americano finisce per rafforzare Wall Street, alimentando le scommesse su una Fed meno restrittiva. Nella settimana appena chiusa quel meccanismo, un effetto boomerang macroeconomico ormai familiare, ha continuato a funzionare esattamente così.
Un CPI più debole delle attese e un PPI rimasto sostanzialmente fermo hanno allontanato il timore di una nuova fiammata inflazionistica. Meno pressione sulla Federal Reserve, meno rischio che le aspettative sui tassi tornino a salire. Le vendite al dettaglio di venerdì hanno provato a incrinare questo equilibrio, ma la reazione del mercato è stata minima e lo S&P 500 ha chiuso la seduta praticamente invariato.
A raccontare la serenità di questa fase è soprattutto la volatilità. Il VIX è tornato in prossimità dei minimi del 2026, nonostante il flusso ininterrotto di notizie dal fronte geopolitico. La geopolitica continua a produrre titoli di giornale, ma per ora fatica a tradursi in premio per il rischio stabile, e questo resta forse l’elemento più interessante dell’intero quadro attuale.

Il risultato è un mercato che continua a macinare record. Giovedì lo S&P 500 ha portato a 27 il numero dei massimi storici segnati nel 2026. Il Nasdaq 100, invece, resta fermo ai 19 massimi raggiunti entro il 2 giugno, pur avendo ormai recuperato quasi per intero la correzione successiva: dal drawdown vicino all’8% siamo tornati a un modesto -1,39% dai picchi. Attenzione però a non confondere due piani diversi. Da inizio anno il Nasdaq 100 resta saldamente davanti in termini di performance, con un rendimento intorno al 17,7% contro il 13,5% circa dello S&P 500. La tecnologia continua a guidare il rialzo per intensità. Sui nuovi massimi invece è un altro discorso, quello della frequenza con cui un indice torna a stampare un record assoluto, e qui lo S&P 500 sta segnando più spesso proprio perché il rialzo non dipende più soltanto dai pesi massimi tecnologici.
Il mercato del 2026 mostra così una struttura più solida rispetto alle fasi in cui l’intero indice viveva appeso a pochi colossi tecnologici. Oggi il 73% delle società dello S&P 500 quota sopra la propria media mobile a 200 giorni, il livello più alto dell’anno. Quasi tre aziende su quattro stanno partecipando al trend rialzista di lungo periodo, e questo cambia parecchio la qualità del rialzo. Un indice può salire ai massimi anche solo grazie alla forza di pochi titoli molto pesanti. Quando invece cresce insieme il numero di società sopra la media a 200 giorni, il rialzo acquista profondità reale.

Anche la composizione settoriale rafforza questa lettura, con energia e finanziari nella parte alta della classifica di partecipazione e utilities e consumo discrezionale rimasti indietro. Un dettaglio che va oltre la semplice performance dei singoli comparti.
Volatilità compressa, nuovi massimi, ampiezza di mercato in miglioramento. Sono gli ingredienti di un rialzo che, almeno per ora, sta allargando le proprie fondamenta. Ma il VIX sui minimi suggerisce comunque prudenza. Quando il mercato smette di pagare per la paura, anche una sorpresa relativamente piccola può costare più del previsto.
La settimana che si apre ha un filo conduttore più interessante del semplice calendario macro, capire quanto l’economia americana, e non solo, riesca ancora a convivere con tassi elevati, energia cara e una geopolitica che si trasferisce direttamente sui prezzi.
Il primo termometro resta il petrolio. I negoziati tra Stati Uniti e Iran per una soluzione più stabile, e per la riapertura dello Stretto di Hormuz, restano in stallo. Brent e WTI arrivano alla nuova settimana dopo aver guadagnato oltre il 5% in quella precedente, con il Brent che nelle prime ore di lunedì viaggia intorno a 88,5 dollari al barile. Finché Hormuz resta una variabile aperta, il petrolio è anche una variabile monetaria. Più premio geopolitico, più pressione sull’inflazione, meno spazio di manovra per le banche centrali. Dall’Asia arriva un altro tassello. I mercati sudcoreani restano chiusi per la festività dell’Independence Day, proprio mentre tornano al centro della scena le tradizionali esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud. Donald Trump ha ordinato al Pentagono di ridurne sensibilmente la portata, richiamando sia i costi sia il rapporto personale con Kim Jong Un. Non è solo un tema di sicurezza regionale, è anche una variabile politica in più su un’area già delicata per semiconduttori, catene di fornitura e rapporti con la Cina.
Home Depot apre martedì la settimana del grande retail americano, insieme ai risultati di Baidu, Keysight Technologies, Klarna, Amer Sports e Xiaomi. Di Home Depot conterà meno il singolo trimestre e più ciò che il management dirà sulla propensione delle famiglie a finanziare ristrutturazioni e grandi progetti domestici.
Mercoledì 19 agosto la Fed torna al centro della scena, ed è il vero appuntamento della settimana. Escono i verbali della riunione del 28 e 29 luglio, un incontro che aveva prodotto una decisione particolarmente divisiva: tassi fermi al 3,50%-3,75%, ma con un voto di 9 a 3 e tre membri favorevoli a un rialzo di 25 punti base. Vale la pena ricordare cosa era successo quel 29 luglio. La prima reazione del mercato era stata contenuta, poi il tono da falco di Kevin Warsh aveva ribaltato la seduta. Lo S&P 500 aveva chiuso in calo dell’1,5%, il Dow Jones aveva perso il 2,19%, oltre 1.150 punti, il Nasdaq 100 aveva lasciato sul terreno il 2,06%. Il rendimento del Treasury decennale era salito di circa 8 punti base, il trentennale aveva toccato i livelli più alti dal 2007. Warsh aveva definito quel confronto interno una buona lite di famiglia. Questa volta il mercato cercherà proprio le tracce di quella battaglia, quanti membri oltre ai tre dissenzienti erano davvero vicini a sostenere un rialzo, e quale soglia servirebbe per rimettere in discussione i tassi a settembre.
Il problema, per chi investe, è che quei verbali fotografano una Fed di fine luglio, mentre nel frattempo alcuni dati su lavoro e inflazione hanno già ridimensionato le aspettative di rialzo. Rilevanti e parzialmente superati insieme, forse. Il vero valore informativo starà nella funzione di reazione della Fed, più che in un’indicazione meccanica sulla prossima mossa.
Mercoledì sarà denso anche fuori dagli Stati Uniti, tra l’inflazione britannica, la lettura finale dell’HICP dell’Eurozona e l’intervento di Christine Lagarde sull’outlook economico globale. Sul fronte societario toccherà ad Analog Devices, Lowe’s, Target, TJX ed Estée Lauder, con Analog Devices particolarmente utile per leggere il ciclo dei semiconduttori e la domanda legata agli investimenti tecnologici. A Pechino prende inoltre il via, dal 19 al 23 agosto, il World Robot Conference 2026, con oltre 300 espositori e più di 2.000 prodotti attesi all’Expo collegato. Il mercato cerca di capire dove finiranno concretamente i miliardi investiti nell’intelligenza artificiale, e la robotica resta uno dei terreni più concreti in cui software, semiconduttori e automazione iniziano davvero a incontrare l’economia reale.
Giovedì 20 agosto appartiene al consumatore. Walmart sarà probabilmente la trimestrale più osservata della settimana, insieme ad Alibaba, Deere, NetEase e Ross Stores. Le domande restano le stesse. Quanto sta spendendo il consumatore americano, e soprattutto come lo sta facendo. Home Depot e Lowe’s offriranno una lettura sul segmento legato alla casa, Target sul consumatore più discrezionale, Walmart sul grande consumo e sulla ricerca di convenienza. È qui che la stagione delle trimestrali diventa macroeconomia: i dati aggregati possono nascondere differenze marcate tra fasce di reddito, mentre i retailer offrono uno sguardo molto più granulare sulla pressione che prezzi, energia e costo del credito stanno esercitando sulle famiglie.
Venerdì 21 agosto il test diventa globale, con i PMI flash di agosto per Stati Uniti, Eurozona, Germania, Francia, Regno Unito, Giappone, India e Australia, probabilmente la fotografia più sincronizzata disponibile sullo stato dell’economia mondiale in una fase dominata dal rincaro energetico e dall’incertezza geopolitica. Negli Stati Uniti il PMI manifatturiero è atteso a 53,7 da 53,9, quello dei servizi in calo a 53,9 da 54,6. Entrambi resterebbero sopra quota 50, coerenti con un’economia ancora in espansione ma con una perdita marginale di velocità. Probabilmente è proprio questa la combinazione che i mercati vorrebbero vedere, una crescita che rallenta abbastanza da alleggerire le pressioni sui prezzi senza trasformarsi in una brusca frenata dell’attività. Completerà il quadro l’inflazione giapponese.
La bussola della settimana resta il rapporto tra crescita e inflazione. Il petrolio può complicarlo, i verbali della Fed possono cambiare il prezzo dei tassi, Walmart può raccontare quanto il consumatore stia davvero assorbendo il nuovo scenario. Se questi tre tasselli dovessero muoversi nella stessa direzione, agosto potrebbe diventare, all’improvviso, molto meno tranquillo di quanto il calendario lasci intendere.