L’asta di settembre: se il portafoglio fosse una squadra di Fantacalcio

Settembre, per milioni di italiani, non è il suono delle campanelle o il rientro forzato in ufficio. È il mese in cui quasi mezzo paese intero si ferma su una sola questione: quanto è lecito spendere per il bomber.

Con la Serie A riparte infatti il Fantacalcio: una religione laica che ha educato più generazioni di qualsiasi manuale di finanza. Tornano le aste, i gruppi WhatsApp, le schermate piene di quotazioni e statistiche, i dubbi sui rigoristi e i 500 crediti da distribuire.

È proprio lì, in un’asta, che si impara (forse senza saperlo) la lezione che vale anche per chi investe.

Puoi conoscere i giocatori. Puoi aver individuato l’attaccante migliore, il centrocampista più offensivo, il difensore con più probabilità di bonus. Se spendi quasi tutto sui primi tre nomi, avrai comunque costruito una pessima squadra. Lo stesso accade se compri una squadra. Troppi giocatori della stessa maglia e non stai più componendo una rosa: sei concentrato sulla loro evoluzione. Una flessione di quel club e il punteggio crolla insieme.

Sui mercati funziona allo stesso modo. Un buon portafoglio non è la collezione delle attività che ci piacciono di più. È un esercizio di allocazione di risorse scarse: quanto capitale destinare a ciascuna idea, quali rischi accettare, dove essere aggressivi e, soprattutto, dove decidere di non esserlo.

Il problema del bomber da 200 crediti

Ogni asta ha quel momento. Arriva il nome più desiderato, oggi magari si parte dai cinque gol già fatti di Donyell Malen (perdonate il mio lato romanista che ogni tanto prende il sopravvento). Partono i rilanci, il prezzo sale, a un certo punto sai che stai pagando troppo ma hai già deciso che quel giocatore deve essere tuo.

Il problema è che il nome più desiderato all’asta non sempre sarà quello che, a fine stagione, avrà segnato più gol.

Sui mercati nel 2026 è successo qualcosa di simile. Il candidato naturale al ruolo di bomber restava l’intelligenza artificiale e, dentro quel tema, Nvidia. Ma una cosa è individuare correttamente il grande tema del mercato, un’altra è individuare il titolo che da quel tema estrarrà il rendimento maggiore.

E il bomber, finora, non è arrivato nemmeno dalle Magnifiche 7. Da inizio anno, al 1° settembre, l’S&P 500 rende circa l’11%. Nvidia è a +16%, Apple +19%, Microsoft +4%, Amazon +10%, Alphabet circa +7%. Meta perde il 12%, Tesla il 20%. L’ETF MAGS, che raccoglie le Magnifiche 7, guadagna appena il 3%. Le altre 493 società dell’S&P 500, misurate attraverso XMAG, sono invece intorno al +14%.

I gol, questa volta, sono arrivati soprattutto da altre zone del campo.

L’ETF sui semiconduttori SMH guadagna il 51%. Micron è a +227%, Marvell +148%, Intel +141%, AMD +114%, STM +91%. Lam Research e Applied Materials sono intorno al +70%. Memoria, storage, semiconduttori e hardware hanno prodotto alcuni dei rendimenti più importanti dell’anno, con nomi come Sandisk, Dell, Seagate e Western Digital protagonisti della corsa.

Il punto, quindi, non è che l’intelligenza artificiale abbia smesso di funzionare come tema d’investimento. Al contrario. Il super-ciclo continua, ma si è allargato. E il rendimento si è progressivamente spostato dal nome più evidente della storia a chi fornisce ciò che quella storia richiede per continuare a crescere: memoria, packaging, energia, infrastrutture e materie prime.

È una dinamica che nel Fantacalcio conoscono bene. Puoi spendere 200 crediti per il centravanti che tutti vogliono e vederlo comunque segnare. Ma il campionato può vincerlo chi, con gli stessi crediti, ha trovato i gol distribuiti in tutta la rosa. Nvidia può continuare a segnare. Le Magnifiche 7 possono tornare a guidare il mercato. Ma nel 2026, almeno finora, il vero bomber non è stato necessariamente quello con il nome più famoso sulla maglia.

I 500 crediti sono il capitale

Un fantallenatore ha un numero finito di crediti. Ogni euro speso per un giocatore non può essere usato per un altro.

Anche sui mercati esiste questo costo opportunità. Ed è la considerazione più importante del 2026, perché la liquidità ha di nuovo un prezzo.

Quando i tassi erano vicini allo zero, lasciare crediti in difesa costava caro. Oggi un BTP decennale rende circa il 4,2%, con lo spread sul Bund intorno agli 82 punti base, mentre il Treasury americano a 30 anni è tornato sopra il 5,2%, ritestando area 5,3% di fine agosto. In Europa i rendimenti obbligazionari hanno raggiunto, e in alcuni tratti superato, il dividend yield delle azioni. Si può quindi ottenere rendimento anche senza schierare undici attaccanti.

C’è però un avversario che continua a mangiare parte di quel vantaggio: l’inflazione. Con i prezzi che crescono ancora sopra il 3% su entrambe le sponde dell’Atlantico, una parte del rendimento serve semplicemente a difendere il potere d’acquisto. La difesa oggi paga, ma il rendimento reale è meno generoso di quanto facciano pensare quel 4,2% o quel 5,2% letti sul tabellone.

La liquidità è il portiere del fantaportafoglio 2026. Non vincerà il campionato. Permette di non essere costretti a vendere altri giocatori al primo imprevisto e lascia qualche credito per il mercato di riparazione.

 

La difesa: non deve segnare, deve evitare i gol

Chi gioca a Fantacalcio lo sa: scegliere i difensori solo per i bonus è rischioso. Perché ai gol si alternano ammonizioni, autogol e voti bassi.

 

Nel portafoglio di settembre questo ruolo resta sui titoli di Stato, sull’oro, sull’healthcare, sulle utilities e sui settori che tendono a soffrire meno il ciclo. I numeri da inizio anno lo raccontano senza esaltarlo: healthcare, XLV, +12%; staples, XLP, +11%; utilities, XLU, +1%. Non hanno vinto il campionato. Hanno soprattutto evitato di prendere troppi gol. Non è poco, in un anno in cui i rendimenti delle obbligazioni sono tornati a competere con le azioni e in cui healthcare e staples restano i più esposti a un altro salto dei tassi.

La seduta di ieri, 1° settembre, è stata quasi una dimostrazione pratica. Lo S&P 500 ha perso lo 0,7% e il Nasdaq circa l’1%. Il rendimento del Treasury decennale è salito al 4,80%; quello del trentennale si è riportato verso il 5,3%. Nello stesso pomeriggio il WTI è balzato del 5,2%, chiudendo a 90,22 dollari, e il Brent del 4,6%, a 94,65, dopo i nuovi attacchi in Medio Oriente. Il mercato si è trovato a fare i conti, insieme, con geopolitica, petrolio più caro e costo del capitale più alto.

È proprio in giornate così che si capisce a cosa serve una difesa, e a cosa non basta. Tecnologia, industriali, materiali e consumi discrezionali hanno arretrato: XLK -1,5%, XLI -1,4%, XLB -1,2%, XLY -1,7%. Utilities, healthcare e staples hanno chiuso in positivo: XLU +0,8%, XLV +0,7%, XLP +0,3%. L’energia ha fatto ancora meglio, con XLE a +1,3%, ma per una ragione diversa: era direttamente beneficiaria dello shock petrolifero. Non era un difensore. Era l’attaccante del giorno.

Non significa che questi settori debbano sempre salire quando il mercato scende. Significa che, quando aumenta all’improvviso il costo del capitale o cambia la percezione del rischio, avere in rosa chi dipende meno dalla crescita futura degli utili può limitare i danni. Il difensore non deve necessariamente segnare. Deve fare in modo che una giornata storta non comprometta l’intera partita.

Qui entra il distinguo che l’asta di settembre non può ignorare. Quella stessa seduta ha mostrato il limite della difesa “da manuale”. I titoli di Stato lunghi, se sono la sola linea arretrata, quel giorno hanno perso: il rendimento che sale è il prezzo del difensore che scende. La liquidità resta in porta. I governativi, in difesa, vanno spezzati per scadenza. Mettere tutti i crediti sul tratto lungo significa aver comprato un solo scenario.

L’oro, sceso ancora verso 4.320 dollari, non ha fatto ieri da porto sicuro. Dopo la correzione di oltre il 25% nella prima parte dell’anno e il rimbalzo di agosto verso 4.600, Jackson Hole prima e i tassi poi lo hanno riportato indietro. Quando lo shock è inflazione da energia più banche centrali più restrittive, oro e duration lunga possono prendere gol insieme. La difesa che ha tenuto il 1° settembre non era il metallo. Erano i settori azionari a bassa dipendenza dal ciclo. L’oro resta comunque in rosa. Tra tema del debasement, dollaro, inflazione e domanda ufficiale continua a essere un possibile difensore. Ma è anche un difensore più caro di qualche stagione fa. E, come all’asta, il giocatore più affidabile diventa rischioso quando tutti lo vogliono nello stesso momento.

Per questo, a settembre, la difesa non è un unico nome da 80 crediti. È una linea a quattro: governativi spezzati per scadenza; un pezzo di oro; healthcare e quality; utilities, sapendo che il loro malus si chiama tassi.

Nello stesso reparto l’healthcare non è solo chi evita i gol. Da inizio anno Moderna è la seconda azione dell’S&P 500, oltre +400%. Il 1° settembre Novartis è salita del 6% e, a Zurigo, ha aggiornato i massimi del 2026. Non significa che il settore sia diventato attacco. Significa che una linea arretrata ben costruita può anche appoggiare l’azione, senza comprare un rigorista e chiamarlo terzino. Chi mette tutto su un solo rifugio lo scopre alla prima giornata storta.

Il centrocampo è una vita da mediano

Ligabue, pensando a Lele Oriali, ha trasformato il mediano in un ruolo quasi esistenziale: recuperare palloni, coprire le zone, giocare generosi, dare il pallone a chi finalizza. Niente spunto della punta, niente numero 10. Polmoni, non piedi buoni. Il ritornello che conta, in un’asta, è l’altro: finché ce n’hai, stai lì.

Nel fantaportafoglio del 2026 il centrocampo è fatto così. Non deve vincere il campionato da solo. Deve far arrivare palla all’attacco senza lasciare buchi dietro. Banche europee, capitale fisico, small cap americane: mestieri da Oriali. Anni di fatica e botte. I mondiali, casomai, arrivano dopo.

Finché ce n’hai, resti titolare. Quando hai dato troppo, fai posto. È la differenza tra la rosa di due anni fa e questa.

Le banche, che avremmo lasciato in panchina, ce n’hanno ancora. Tassi, redditività, prestiti alle imprese dell’Eurozona al 4,4% a luglio, buyback e cedole: il mestiere c’è. Lo STOXX Europe 600 Banks è intorno al +24% da inizio anno e circa al +47% a un anno. Restano. Non tutte allo stesso minuto: ABN, ING, Unicaja, CaixaBank, BBVA, Banco BPM, BNP Paribas, Santander hanno corso; Intesa di meno; Société Générale, Deutsche Bank e Fineco sono rimaste indietro. Anche il mediano va scelto per zona, non per maglia. E la zona francese, con il 2027 elettorale già nello specchietto, pesa più delle altre.

Il secondo mediano è fisico. A inizio anno lo si chiamava HALO: Heavy Assets, Low Obsolescence. Impianti, reti, centrali, fabbriche, capitale che l’intelligenza artificiale non digitalizza. A settembre quel contenitore va spezzato. In mezzo non entra tutto ciò che è pesante. Entra chi porta palla al bomber: reti, elettrificazione, nucleare, watt, litografia europea.

Ed è proprio questo mediano fisico che ora, avendo dato molto, sta tirando il fiato. Non tutto allo stesso modo, però.

Prysmian +35% da inizio anno, circa -25% dai massimi. Siemens Energy +17% nel 2026, quasi +1.000% in tre anni, e circa -26% dal picco di aprile. STMicroelectronics +90% da gennaio, ma circa -39% dai massimi di giugno. Infineon +47%, e dai massimi di inizio estate è indietro di quasi il 38%. ASML resta a +56% da inizio anno, con un ritracciamento più contenuto, intorno al -17%. Schneider +24%, correzione più lieve.

Non è la smentita del mestiere. È il costo di aver già corso. Chi ha dato di più sta facendo più posto. Chi ha corso meno, o più tardi, sta ancora lì in mezzo. Non finalizzano loro il gioco. Portano palla a chi lo finalizza: cavi, litografia, raffreddamento, data center, watt. Dietro l’intelligenza artificiale non c’è soltanto il bomber americano. C’è chi gli recupera i palloni.

Il terzo mediano è americano, e non è un titolare delle Magnificent Seven. È il Russell 2000. Per anni le small cap sono state la panchina del mercato USA: presenti in teoria, ignorate in formazione. Da inizio anno il Russell guadagna circa il 18%, contro l’11% dell’S&P 500 e il +3% delle Magnificent 7. Non è lo spunto della punta. È l’allargamento del campo. Porta palla lontano dai sette nomi che hanno monopolizzato i crediti. Con il Treasury a 30 anni sopra il 5,2% resta esposto al costo del capitale: il 1° settembre, quando i rendimenti sono saliti, ha preso gol insieme all’attacco. Non è un’assicurazione. È un mediano box-to-box. Finché i tassi lunghi non gli fanno il giallo, ce n’ha. Per questo sta in mezzo, non in panchina e non in area di rigore.

Le Granolas (ASML, SAP, LVMH, Novo, Roche, Novartis, Nestlé, L’Oréal, AstraZeneca, GSK, Sanofi) per alcuni anni sono state raccontate come la risposta europea alle Magnificent Seven. Il lusso continua a fare i conti con la domanda cinese e con un consumatore occidentale più cauto. ASML vive dentro il super-ciclo dei semiconduttori. Le farmaceutiche seguono logiche proprie. Metterle tutte nella stessa formazione perché in passato funzionavano insieme è come riconvocare gli stessi undici ignorando forma, ruolo ed età.

Il mercato del 2026 sta premiando la selezione. Da inizio anno il FTSE MIB è a +15%, l’AEX a +16%, l’IBEX a +15%. Il DAX si ferma a +6%. Il CAC 40 a +2%. Non è l’Europa. Sono cinque campionati diversi nello stesso continente. L’Europa resta meno concentrata degli Stati Uniti e offre un flusso di cassa più sano: un free cash flow yield intorno al 5,3%, contro meno del 2% dei dieci titoli americani più grandi, dove il capex degli hyperscaler ha mangiato la cassa. Diversificare non è uno slogan. È uno dei pochi vantaggi di schierare il centrocampo di qua dall’Atlantico.

L’attacco: tecnologia in blocco, energia, Bitcoin fantasista

In attacco restano le attività con più potenziale e più capacità di farci perdere la partita. Tre punte. Tre mestieri.

La tecnologia americana mantiene un posto. È una sola maglia, ma dentro convivono la catena fisica del calcolo (semiconduttori, memoria, storage, hardware, SMH +51%) e il software che da fine luglio ha rimontato. Chi compra l’AI come cinque attaccanti diversi ha già speso i 200 crediti sul bomber.

Da gennaio all’estate ha corso la catena fisica. Micron, Sandisk, Seagate, Western Digital: velocità doppia o tripla rispetto all’S&P 500. Il software, per buona parte dell’anno, è rimasto indietro. Poi, da fine luglio, ha rimontato in modo violento. Microsoft, dopo i conti di fine luglio, ha riaperto il racconto della monetizzazione. Poi Palantir, Atlassian, Salesforce, ServiceNow e CrowdStrike hanno fatto giornate da bomber. Il software ha smesso di essere un fantasma. Non è diventato un titolare a qualunque prezzo. Da inizio anno resta intorno al +4%, l’S&P vicino all’11%, i semiconduttori oltre il +50%. Ha rimontato. Non ha vinto il girone.

La seconda punta è l’energia. XLE +47%. Oil & gas exploration +54%. Oil services +50%. Exxon +40%. Marathon Petroleum +138%. Valero +126%. Phillips 66 +99%. In Europa il quadro è lo stesso, con accenti diversi: Repsol +85%, Eni +50%, TotalEnergies +43%, Shell +29%, Saipem +90%, Tenaris +49%. Una parte rilevante della crescita degli utili europei del 2026 arriva da qui. Il 2027, se lo shock si normalizza, peserà di meno. Il Brent è tornato sopra i 90 dollari con la nuova escalation. Questo non trasforma l’energia in un titolare eterno. Ne fa, nel 2026, un giocatore che ha già segnato. La geopolitica può continuare a servirgli palloni. Può anche toglierglieli. Troppo forte da ignorare, troppo dipendente da uno shock per essere sovrappesata come un fattore permanente.

La terza punta è Bitcoin. Fantasista.

Non è un mediano. Non copre le zone. Entra tra le linee e può cambiare il risultato con un peso piccolo. Con un peso grande cambia il rischio dell’intera formazione. Da gennaio è indietro di circa l’11%. Ha toccato i 58.000 dollari a inizio luglio. Ad agosto ha fatto +25% (il miglior agosto da quello del 2017) e si è riportato verso i 78.000. Gli ETF spot americani, dopo mesi di deflussi, ad agosto sono tornati in ingresso per oltre 3,5 miliardi. Tra cicli e debasement il tema è di nuovo in rosa. Non serve decidere se sia il futuro della finanza o una bolla. Serve decidere i crediti. È titolare perché può spostare la partita. Non perché meriti 200 crediti.

La panchina non è capitale sprecato

Uno degli errori più comuni del Fantacalcio è spendere tutto per gli undici titolari e ritrovarsi senza alternative alla prima giornata con tre infortunati.

In Borsa la panchina si chiama opzionalità. A settembre 2026 ci stanno cinque nomi, non quattro.

Il primo è il lusso. LVMH, Hermès, Kering, Moncler: valutazioni più basse, aspettative già tagliate, visibilità sulla domanda ancora scarsa. Non è un titolare. È un giocatore che si guarda ogni settimana.

Il secondo è la difesa europea. Non perché il tema sia finito. Perché dopo tre anni di corsa e un 2026 opaco (Rheinmetall -32% da gennaio, Fincantieri -28%) il prezzo ha smesso di essere quello della scommessa da un credito. Leonardo, Thales, Hensoldt restano in lista d’attesa. La panchina serve anche a questo: riprendere un titolare quando il mercato ha già fatto il lavoro sporco.

Il terzo sono gli emergenti selettivi. Un petrolio a 90 divide chi lo esporta da chi lo paga. Non è un’etichetta. È un filtro.

Il quarto sono le telecom europee. Non faranno i gol. Generano cassa, stanno ricontrattando struttura di mercato e buyback, e in un anno in cui i rendimenti obbligazioni competono con le azioni il flusso di cassa torna a essere un mestiere. Mediano da riparazione, non da undici.

Il quinto sono le rinnovabili, lette come cambio sul gas, non come tesi verde. Lo stoccaggio europeo è basso, l’LNG dal Golfo resta incerto, e un TTF che risale in inverno fa male a chi importa energia. In quella partita le rinnovabili tendono a soffrire meno. L’altra partita è quella dei tassi. Sono progetti lunghi, molta spesa oggi e cassa lontana: quando Bund e Treasury salgono, il mercato sconta quei flussi a un tasso più alto e il prezzo cede. Il 1° settembre ha mostrato entrambi i venti nello stesso pomeriggio. Non è un titolare da ciclo AI. È un giocatore che entra se sale il gas e si siede se salgono i rendimenti.

Una buona panchina non esiste perché sappiamo chi entrerà. Esiste perché sappiamo che succederà qualcosa che oggi non prevediamo.

A settembre tutti cercano il giocatore che farà più gol. Il campionato, molto spesso, lo vince chi ha costruito la squadra migliore, non chi ha comprato il giocatore migliore. E i 500 crediti, a differenza delle tesi, non si stampano.