14.617 dollari a tonnellata. È il nuovo massimo intraday raggiunto questa mattina dal rame a tre mesi sul London Metal Exchange. Il precedente record era durato meno di ventiquattro ore. Da inizio anno il rialzo è ormai vicino al 17%.
Il record arriva mentre anche altre materie prime esercitano pressione sui costi. Il Brent vicino ai 100 dollari al barile e il gas europeo TTF tratta poco sotto i 74 €/MWh. Il rame aggiunge quindi un altro tassello a un quadro nel quale le pressioni a monte della catena produttiva stanno nuovamente aumentando.
Per decenni gli è stato attribuito il soprannome di “Dr. Copper”, per la capacità di anticipare lo stato di salute dell’economia. Fabbriche che producono, case che si costruiscono e investimenti che accelerano consumano rame.
Il paziente che Dr. Copper visita oggi, però, è diventato più complesso. Alla domanda tradizionale di costruzioni, industria e automobili si è aggiunta quella di un’economia sempre più elettrica. Lo stesso ciclo di investimenti che vediamo nei chip e nell’intelligenza artificiale, più indietro nella catena, significa trasformatori, sistemi di raffreddamento, sottostazioni, reti e chilometri di cavi.
S&P Global stima che un grande data center AI greenfield possa richiedere circa 44 tonnellate di rame per MW installato. Il riferimento è utile più come ordine di grandezza che come distinta base universale. Un impianto da 230 MW porta comunque il conto vicino alle 10 mila tonnellate di rame tra alimentazione, raffreddamento e connettività. Sempre S&P stima che la domanda mondiale di rame possa passare da 28 milioni di tonnellate nel 2025 a 42 milioni nel 2040. L’AI e i data center rappresentano una delle nuove fonti di domanda, ma non la maggiore. Elettrificazione, reti e transizione energetica restano quantitativamente più importanti. La tecnologia aggiunge però un altro utilizzatore a un mercato nel quale aumentare rapidamente l’offerta è difficile.

Questa storia strutturale spiega perché il mercato sia diventato più vulnerabile. Per capire il record di questa mattina bisogna però guardare molto più vicino.
Nel primo semestre la produzione mondiale delle miniere di rame è diminuita dell’1,1% e quella di concentrato del 2,6%. I cali in Cile, Indonesia e Repubblica Democratica del Congo sono stati compensati soltanto in parte da Perù e Mongolia. Allo stesso tempo la produzione di rame raffinato è aumentata del 2,4% e, nei primi sei mesi, il mercato mostrava ancora un surplus di circa 131 mila tonnellate.

Come può un mercato ancora leggermente in surplus fare un massimo storico? La risposta sta sempre più nel luogo in cui si trova il metallo.
Negli Stati Uniti le scorte COMEX hanno raggiunto 766.795 short tons, equivalenti a circa 696 mila tonnellate metriche, un massimo storico. C’è quindi una quantità eccezionalmente elevata di rame nei magazzini americani.
La fotografia di Londra è molto diversa. Al 7 settembre le scorte LME ammontavano a 236.475 tonnellate, ma il 51,4% risultava sotto cancelled warrant, cioè metallo già destinato a uscire dal sistema dei warrant attivi. Le tonnellate sotto live warrant erano così soltanto circa 115 mila. Shanghai manda un segnale simile. Le scorte monitorate dalla Shanghai Futures Exchange sono scese intorno a 63 mila tonnellate, circa l’85% in meno rispetto a metà marzo e il livello più basso da gennaio 2024. Anche la curva cinese resta in backwardation. La curva LME racconta la stessa tensione di backwardation, con il mercato che continua ad attribuire un valore superiore al rame disponibile subito rispetto a quello consegnabile più avanti.
Il drenaggio di rame verso i depositi americani non è casuale. Dall’agosto 2025 gli Stati Uniti hanno introdotto dazi su diversi semilavorati e derivati del rame, lasciando però fuori il metallo raffinato. Sul mercato resta aperta la possibilità che Washington estenda in futuro le tariffe anche ai catodi.
È proprio questa incertezza ad aver creato un forte incentivo ad anticipare le importazioni. Se il rame raffinato rischia di diventare più costoso da importare negli Stati Uniti domani, conviene portarlo all’interno del Paese oggi. Il risultato è visibile negli inventari: quantità record nei magazzini COMEX e disponibilità molto più ridotta a Londra e Shanghai.
La politica commerciale americana non ha quindi creato la scarsità strutturale del rame, ma ha contribuito a modificarne la geografia, amplificando nel breve periodo la tensione sulla disponibilità di metallo fuori dagli Stati Uniti.
Questo aiuta anche a risolvere l’apparente contraddizione del surplus. Un surplus globale del raffinato dice quanto rame viene prodotto rispetto a quanto viene consumato. Dice molto meno su dove quel rame si trovi e quanto sia effettivamente disponibile nel luogo e nel momento in cui serve. Il record attuale contiene quindi una componente strutturale e una componente di mercato molto più immediata. Miniere che faticano ad aumentare la produzione, domanda elettrica destinata a crescere e, nel breve periodo, una redistribuzione delle scorte provocata anche dalla politica commerciale americana.
La stessa distinzione diventa utile quando si passa dal metallo alle società minerarie.
Alla chiusura di venerdì Freeport-McMoRan e Southern Copper guadagnavano entrambe circa il 43% da inizio anno, contro il 17% del rame. La leva operativa ha quindi funzionato. Ma entrambe le società arrivano al record del sottostante sotto i propri massimi.
C’è poi la storia geografica. Il Perù è uno dei mercati che quest’anno ha maggiormente beneficiato del ciclo delle materie prime. L’ETF EPU segna un +27% da inizio anno. L’ETF sul Cile, ECH, era fermo al +1,09%. Essere cioè il maggiore produttore mondiale di una materia prima non significa necessariamente avere il listino che beneficia maggiormente del suo rally. Nel portafoglio EPU i Materials pesano circa il 54%. In ECH soltanto il 18%. Il Cile può essere cioè il maggiore produttore mondiale di rame senza per questo avere un indice azionario che si comporti come un future sul rame.