Settembre è finito. Ma il mercato medio è sparito

“Wake Me Up When September Ends”, cantavano i Green Day. Quest’anno gli investitori avrebbero potuto prenderli alla lettera.

Settembre ha messo insieme quasi tutto ciò che normalmente rende nervosi i mercati. La Federal Reserve ha alzato i tassi di 25 punti base, il primo rialzo dal luglio 2023, riportando i Fed Funds al 3,75-4%. Pochi giorni prima anche la BCE aveva aumentato di 25 punti base i propri tassi, portando quello sui depositi al 2,50%. Nel frattempo, il rendimento del Treasury decennale americano è tornato oltre il 5%, arrivando a chiudere il mese nei pressi dei massimi dal 2007. In settembre è salito di quasi 50 punti base, il maggior incremento mensile dal 2022. Il mercato obbligazionario globale ha attraversato uno dei mesi peggiori degli ultimi anni.

Rendimento del Treasury USA a 10 anni in rialzo oltre il 5% a settembre 2026, vicino ai massimi dal 2007.

A complicare il quadro è arrivato il petrolio. Il Brent ha guadagnato circa l’8% nel mese, spinto dal conflitto in Medio Oriente, dalle pressioni in Yemen e dallo stallo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. E persino il tema che negli ultimi anni ha protetto Wall Street da quasi ogni cattiva notizia, l’intelligenza artificiale, ha vissuto settimane meno lineari, al termine di un settembre nel quale il dibattito sulla sicurezza dei sistemi più avanzati è tornato improvvisamente centrale.

Tassi più alti, petrolio sopra i 100 dollari in alcune sedute, rendimenti obbligazionari ai massimi pluriennali, tensioni geopolitiche, dubbi sull’AI e quella stagionalità di settembre che Wall Street conosce bene.

Eppure, guardando la superficie dei listini principali, il bilancio parrebbe persino rassicurante. il Nasdaq 100 ha archiviato un solido +3,23%, mentre l’S&P 500 ha ceduto un trascurabile 0,45%.

Ma questa, come sempre, è una lettura superficiale. La realtà sotto il cofano dei mercati racconta un’altra storia. La stragrande maggioranza delle azioni ha vissuto quattro settimane di sofferenza. Ma allora, che fine ha fatto il mercato medio?

Confronto tra performance degli indici, rendimento medio e mediano dei componenti a settembre 2026 per S&P 500, Nasdaq 100, FTSE MIB, DAX, IBEX 35 e CAC 40.

378 titoli scendono. L’S&P 500 quasi non se ne accorge

L’indice americano più osservato al mondo ha chiuso settembre praticamente invariato. Sotto la superficie, però, il mese è stato molto diverso. Tra i componenti presenti 104 titoli hanno guadagnato terreno, 378 sono scesi e 18 hanno chiuso sostanzialmente invariati. Il rendimento medio del singolo titolo è stato -4,6%. La mediana è ancora più bassa, -6%.

Quindi mentre l’S&P 500 perdeva meno di mezzo punto percentuale, il titolo che si trovava esattamente a metà della distribuzione perdeva sei punti. Dodici volte tanto. Soltanto circa il 24% dei titoli ha fatto meglio dell’indice nel corso del mese. Questi numeri raccontano settembre molto più efficacemente del -0,45% stampato dall’S&P 500. E permettono di capire anche dove si è concentrato il denaro.

Tra gli undici settori dell’indice, soltanto la tecnologia registra un rendimento medio equiponderato (ovvero calcolando la media semplice dei rendimenti dei singoli titoli tecnologici presenti nell’S&P 500) positivo, +2,1%. Sono saliti 43 titoli tecnologici su 74.

Poi arriva il vuoto.

Healthcare -1,0%, industriali -4,8%, communication services -5,0%, utilities -5,6%, energia -6,4%, consumer staples -7,0%, real estate -7,2%, consumer discretionary -7,3%, materiali -7,8%. In fondo troviamo i finanziari, con un rendimento medio vicino al -8%.

Performance media equiponderata dei settori S&P 500 a settembre 2026: tecnologia positiva, mentre tutti gli altri settori chiudono in calo.

Qui la breadth diventa ancora più eloquente. Nei finanziari soltanto 2 titoli su 76 sono saliti. Nei materiali, nessuno dei 25 componenti analizzati ha chiuso settembre in positivo. Nel real estate uno solo su 29. L’indice ha resistito perché alcuni dei suoi pesi maggiori hanno resistito molto meglio del resto del mercato.

Una fotografia che diventa ancora più estrema spostandosi sul Nasdaq.

Il Nasdaq guadagna il 3%. Il titolo medio perde

Il Nasdaq 100 è stato uno dei grandi vincitori del mese, con un progresso del 3,23%. Ma il titolo medio dell’indice ha perso circa lo 0,7% e quello mediano il 2%.

Nel listino troviamo 43 società in rialzo, 55 in ribasso e 3 sostanzialmente ferme. Ancora più curioso è il dato sulla sovraperformance. Soltanto un titolo su tre circa ha fatto meglio del Nasdaq 100.

Il confronto con l’Europa è significativo. Nel DAX ha battuto il proprio indice il 55% dei componenti, nel FTSE MIB il 50%, nel CAC 40 il 42,5% e nell’IBEX il 40%.

Confronto tra rendimento mensile degli indici e percentuale di titoli che hanno sovraperformato il proprio benchmark a settembre 2026.

Naturalmente bisogna leggere questo confronto con attenzione. Gli indici europei sono scesi, quindi per sovraperformare era sufficiente perdere meno del benchmark. Ma resta un segnale della concentrazione americana. L’indice che ha guadagnato di più è anche quello nel quale relativamente poche società sono riuscite a fare meglio dell’indice stesso.

La spiegazione arriva ancora una volta dalla tecnologia.

Il settore IT all’interno del Nasdaq ha guadagnato in media il 6,1%. Trentadue titoli su 42 sono saliti.

Fuori da quel gruppo la fotografia cambia velocemente.

Consumer staples -5,6%. Utilities -6%. Consumer discretionary -7,9%. Industriali -9,2%. Energia -11%.

Intel ha guidato i rialzi con un +34%, AMD ha guadagnato circa il 30% nel mese, Meta il 27%, Marvell il 25%, Arm circa il 20%. Micron, già prima dei risultati pubblicati ieri sera, aveva chiuso settembre a +11%. L’indice tecnologico ha quindi funzionato più come amplificatore dei vincitori che come fotografia uniforme delle sue componenti.

Le small cap hanno pagato il conto dei tassi

La conferma arriva dal Russell 2000. Mentre la tecnologia a maggiore capitalizzazione ha continuato a trovare compratori, le società più piccole hanno vissuto un settembre molto diverso. Il Russell 2000 ha perso oltre il 5%, il peggior settembre dal 2023.

Sul trimestre la flessione arriva a circa -7,5%, interrompendo una serie di cinque trimestri consecutivi di rialzi. Nello stesso periodo l’S&P 500 è salito di circa il 2% e il Nasdaq Composite del 2,5%.

Quando sale il costo del capitale, non tutte le aziende pagano lo stesso prezzo. Le mega cap tecnologiche possono contare su quantità enormi di cassa, margini elevati e accesso ai mercati del credito a condizioni migliori. Una società più piccola e maggiormente dipendente dal rifinanziamento sente molto più rapidamente l’effetto di un Treasury decennale sopra il 5%.

A fine settembre il Russell 2000 era arrivato a perdere quasi il 9% dal massimo del 14 agosto.

In Europa settembre ha lasciato molti meno nascondigli

Se negli Stati Uniti la capitalizzazione degli indici ha nascosto parte della debolezza, in Europa il segno meno è stato molto più evidente.

Lo STOXX 600 ha perso il 2,5% a settembre, prima flessione mensile dopo cinque mesi consecutivi positivi, e circa l’1% nel terzo trimestre.

Anche i principali listini nazionali hanno chiuso il mese in rosso. FTSE MIB -2,36%, IBEX 35 -2,74%, DAX -4,03% e CAC 40 -4,44%.

Ma anche qui guardare soltanto gli indici rischia di far perdere metà della storia.

Osservando i componenti attuali dei principali listini di Italia, Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi, su 185 società soltanto 42 hanno chiuso settembre in rialzo. 142 sono scese e una è rimasta invariata.

Breadth dei principali listini europei a settembre 2026: 42 titoli in rialzo, 142 in ribasso e uno invariato su 185 società analizzate.

Quasi il 77% del campione europeo ha quindi perso terreno.

La Francia presenta il rendimento medio peggiore, -5,3%, seguita dalla Germania con -4,4%, dalla Spagna con -3,6%, dai Paesi Bassi con -2,5% e dall’Italia con -2,1%.

Quest’ultimo dato merita attenzione. Piazza Affari ha registrato la perdita media meno ampia del gruppo, pur con soltanto 13 titoli positivi su 40.

Il quadro da inizio anno resta però molto diverso. Delle stesse 185 società europee, 112 sono ancora positive nel 2026 e 73 negative.

Settembre ha quindi compresso l’ampiezza in modo violento senza cancellare, almeno per ora, tutto ciò che era stato costruito nei primi otto mesi dell’anno.

Mettendo poi insieme i cinque mercati europei emerge una divisione quasi altrettanto forte di quella americana. Soltanto due settori hanno prodotto a settembre un rendimento medio dei singoli titoli positivo. Tecnologia +3,9% ed Energia +2,7%.

Poi iniziano i segni meno. Healthcare -1,8%, consumer staples -2,7%, financials -2,9%, utilities -2,9%, industriali -3,7%, materiali -5,3%. In fondo alla classifica troviamo communication services a -8,2%, consumer discretionary a -9% e real estate a -9,4%.

Ventuno società europee appartengono al consumer discretionary. Venti sono scese.

Nel real estate, cinque su cinque.

La dispersione non nasce quindi soltanto dalla geografia. Passa soprattutto dai settori e dal modo in cui tassi, energia e AI stanno ridisegnando la distribuzione dei rendimenti.

Il dato da inizio anno lo rende ancora più evidente. La tecnologia europea guadagna mediamente circa il 56%, l’energia quasi il 58% e i materiali il 23%. I finanziari, nonostante il brutto settembre, rimangono a +17%. Dall’altra parte il consumo discrezionario perde mediamente quasi il 19% da inizio anno, il real estate circa il 9% e le communication services quasi il 5%.

L’Italia merita un capitolo a parte.

A settembre il rendimento medio dei componenti del FTSE MIB è stato -2,1%, il migliore tra i cinque Paesi analizzati. Tredici società sono salite e 27 sono scese.

Eppure, un settore appare completamente fuori scala. La tecnologia italiana ha guadagnato mediamente il 15,7% nel solo mese di settembre. Quel numero, però, va aperto. Il settore nel FTSE MIB è rappresentato da appena due società. Technoprobe ha guadagnato il 22,4%, STMicroelectronics il 9,1%.

Il resto di Piazza Affari ha seguito una traiettoria molto meno brillante. I finanziari, che pesano molto sul listino italiano, hanno perso mediamente il 2,4%, con dieci titoli in calo su tredici. Le utilities hanno ceduto il 5,2% e tutte e sei le società del gruppo hanno chiuso in rosso. Il consumer discretionary ha perso il 7,1%, con quattro titoli negativi su cinque.

L’energia ha invece resistito, +0,5% medio, aiutata dal rally del petrolio.

Dal 22% della new entry Technoprobe al -18% di Stellantis. Questa la fotografia settembrina milanese, una cornice che ricalca anche la performance annuale +171% della prima e -59% della seconda. La prima e l’ultima della classe.

Da inizio anno la fotografia resta favorevole. Ventotto titoli del FTSE MIB su 40 sono ancora positivi, contro 12 negativi. Il rendimento medio è superiore al 17%, poco sopra il +14,3% dell’indice. Questo spiega perché settembre, pur negativo, non abbia ancora cancellato il vantaggio accumulato da Piazza Affari nel 2026.

Francia, lo specchio opposto di Wall Street

Poi c’è Parigi. Il CAC 40 ha perso il 4,4% a settembre, mentre il rendimento medio delle sue componenti è stato ancora peggiore, -5,3%.

Soltanto 6 titoli su 40 hanno chiuso in rialzo. Il consumer discretionary francese è stato il punto più debole, con un rendimento medio di -11,1% e sette titoli su sette in discesa.

Stellantis -18%, Hermès circa -15,5%, LVMH -14%, Renault -13%, Kering -12%.

Qui entrano in gioco contemporaneamente automobile e lusso, due dei settori più esposti ai dubbi sulla domanda globale, alla Cina e alla capacità del consumatore di assorbire prezzi elevati.

Ma la vera particolarità francese compare allargando lo sguardo al 2026. Il CAC 40 è ancora in calo del 2,3% da inizio anno, mentre il titolo medio guadagna circa il 2,4% e 21 società su 40 sono positive.

Una situazione quasi speculare rispetto agli Stati Uniti.

Nell’S&P 500 pochi grandi titoli stanno rendendo l’indice più resistente del suo componente medio. In Francia alcuni grandi pesi stanno facendo apparire l’indice più debole di buona parte delle società che contiene.

Germania, debolezza molto più uniforme

Sul DAX la dispersione diminuisce perché la debolezza diventa più generalizzata. Soltanto 8 titoli su 40 sono saliti a settembre. 32 sono scesi. Il rendimento medio è stato -4,4%, vicino al -4,0% dell’indice.

Anche qui la tecnologia è l’unico settore con un rendimento medio positivo, circa +1,5%, sostenuto da Infineon, mentre SAP invece chiude in calo.

Il consumo discrezionale perde invece l’8,7%, con sei società negative su sei. Le communication services cedono mediamente il 12%. I materiali il 6,6%.

La Germania rappresenta forse il caso nel quale indice e società sottostanti raccontano la storia più simile.

Spagna, il petrolio protegge una parte del listino

L’IBEX 35 ha perso il 2,7% nel mese. Il titolo medio ha fatto peggio, circa -3,6%. Sono salite soltanto 7 società su 35.

Ma la composizione settoriale spiega perché Madrid abbia retto meglio di Parigi e Francoforte. Repsol ha guadagnato quasi il 10% a settembre e circa il 97% da inizio anno, trasformando l’energia nel miglior settore del listino. Le utilities hanno perso appena lo 0,5% medio e i finanziari l’1,9%.

Il petrolio che ha rappresentato un problema inflazionistico per l’Europa è diventato contemporaneamente un cuscinetto per una parte del mercato spagnolo.

Il mercato medio è diventato molto più debole dell’indice

Settembre può quindi essere letto in almeno due modi.

Il primo è quello immediato. S&P 500 -0,45%. Nasdaq 100 +3,23%. FTSE MIB -2,36%. DAX -4,03%. CAC 40 -4,44%. IBEX -2,74%.

Il secondo richiede di scendere sotto gli indici. S&P 500, 104 titoli in rialzo e 378 in ribasso. Nasdaq, 43 contro 55. FTSE MIB, 13 contro 27. DAX, 8 contro 32. IBEX, 7 contro 28. CAC 40, 6 contro 34. Nei cinque grandi mercati europei analizzati, 42 contro 142.

È questa seconda fotografia a raccontare meglio ciò che è successo al capitale durante settembre.

Il denaro non ha abbandonato indistintamente l’azionario. Ha ridotto il numero delle società e dei settori nei quali era disposto ad assumere rischio. Tecnologia e semiconduttori negli Stati Uniti e in Europa. Energia dove il rialzo del petrolio si è trasformato da problema macroeconomico a sostegno degli utili. Molto meno spazio, invece, per small cap, immobiliare, consumi discrezionali e per buona parte dei settori più sensibili al costo del capitale.

Ma settembre ha lasciato un avvertimento. Gli indici possono restare vicini ai massimi anche mentre il mercato sotto la superficie si restringe.