Shutdown USA: la paralisi politica che mette a rischio istituzioni e mercati

Lo shutdown negli Stati Uniti è il paradosso di una superpotenza che si inceppa non per mancanza di risorse, ma per l’incapacità della politica di trovare un compromesso. Dal 1980 in avanti, con i pareri Civiletti che imposero l’interpretazione più rigida dell’Antideficiency Act, ogni volta che il Congresso non approva in tempo le leggi di spesa, l’amministrazione deve fermare le attività “non essenziali”. È così che i funding gap sono diventati veri e propri blocchi della macchina statale.

Non è un dettaglio tecnico. È l’uso dello strumento di bilancio come arma di negoziazione, che ciclicamente porta alla chiusura delle agenzie federali. Negli anni Novanta la sfida tra Clinton e il Congresso repubblicano, nel 2013 lo scontro su Obamacare, nel 2018-2019 la partita sul muro con il Messico. Oggi il terreno di scontro è la sanità: sussidi ACA, Medicaid, fondi alla ricerca, tagli nella riforma fiscale di Trump che i Democratici vogliono rovesciare.

A poche ore dalla scadenza, le posizioni restano distanti. La Camera ha approvato una misura tampone di sette settimane, fino al 21 novembre, ma il Senato ha respinto l’idea. I repubblicani insistono su una “clean continuing resolution”, un testo neutro che rinvia ogni discussione; i democratici, invece, hanno deciso che il momento per cedere non è questo. Sul tavolo c’è il rinnovo dei crediti d’imposta dell’Affordable Care Act, circa 350 miliardi, un onere significativo ma che evita a milioni di famiglie un aumento vertiginoso dei premi assicurativi. Per Schumer rappresenta la leva politica più potente in vista delle elezioni di midterm del 2026. Per Trump, il banco di prova della sua seconda presidenza. Lo scontro si riflette anche nella retorica: per il vicepresidente Vance la responsabilità è dei democratici, per i democratici è tutta di Trump. È il solito gioco dello scaricabarile. La vera novità, però, è la minaccia della Casa Bianca di trasformare un congelamento temporaneo in licenziamento definitivo di migliaia di dipendenti federali: un salto istituzionale senza precedenti, che apre scenari imprevedibili sul piano politico e legale.

Gli effetti immediati di uno shutdown sono noti e codificati. Restano garantiti i pagamenti del debito e della sicurezza sociale, ma centinaia di migliaia di dipendenti federali finiscono in congedo forzato. I parchi chiudono, le ispezioni della FDA si fermano, SEC e CFTC sospendono attività di vigilanza, mentre le principali pubblicazioni statistiche vengono rinviate. Il Bureau of Labor Statistics ha già annunciato che in caso di blocco non diffonderà (tra le varie diffusioni attese) il rapporto sull’occupazione, i NonFarm Payrolls di venerdì, una delle statistiche più seguite dai mercati e dalla Federal Reserve. Non è un dettaglio tecnico: significa togliere alla banca centrale la bussola con cui calibra la politica monetaria. In un contesto ormai dichiaratamente “data dependent”, il blackout dei dati rischia di tradursi in un possibile nuovo corto circuito tra Casa Bianca e Federal Reserve, proprio mentre il dibattito su inflazione e tagli dei tassi è al centro della traiettoria economica americana.

Eppure, se guardiamo alla storia, i mercati hanno sempre saputo distinguere tra rumore politico e fondamentali. Le serie calcolate sugli ultimi cinquant’anni mostrano che lo S&P 500 in media durante lo shutdown, se ne sono ad oggi già verificati 20, segna variazioni prossime allo zero, con una mediana piatta. L’effetto si vede semmai dopo: più 3% a tre mesi, più 7% a sei mesi. Segno che l’attività economica non scompare, ma viene soltanto rinviata.

Il quadro diventa più interessante se ci concentriamo sugli ultimi tre shutdown per i quali abbiamo dati completi, sia a livello di indice che di settori e industrie. Nel 2013, con 17 giorni di stallo, lo S&P 500 guadagnò il 3% e i rialzi furono diffusi: i finanziari salirono del 5%, l’healthcare del 4%, mentre a livello industriale spiccò il solare con un sorprendente +12%. Fu la dimostrazione che, in un contesto macro favorevole, il mercato riesce a guardare oltre lo scontro politico. Nel gennaio 2018, con un blocco di soli tre giorni, l’impatto fu minimo: l’S&P 500 si mosse appena dell’1% e i settori rimasero sostanzialmente piatti, senza segnali particolari a livello industriale. Tutto cambiò invece tra dicembre 2018 e gennaio 2019, durante lo shutdown più lungo della storia (35 giorni). In quel caso l’indice guadagnò il 10% e i settori ciclici esplosero: energia +12%, industriali +13%, comunicazioni +12%. Ma furono soprattutto le industrie a dare la misura del rally: semiconduttori e software +16%, oil services +26%, metal & mining +15%, acqua +28%. Un’accelerazione che non derivava dallo shutdown in sé, ma dal cambio di rotta della Federal Reserve, che dopo il sell-off di fine 2018 abbandonò la linea restrittiva per tornare su posizioni accomodanti.

 

 

L’insegnamento è chiaro: lo shutdown in sé non determina l’andamento dei mercati. Sono i fondamentali macro a guidare, e i settori li amplificano. I difensivi reggono senza entusiasmare, i ciclici volano quando lo scenario è favorevole. L’unico vero rischio è l’incertezza che deriva dal blackout dei dati macro, che in un’epoca di “Fed data dependent” può diventare un fattore destabilizzante per la volatilità di breve.

La vera fragilità non è finanziaria, ma istituzionale. Negli Stati Uniti ogni agenzia ha un piano operativo per lo shutdown, ma la minaccia di usarlo per smantellare posizioni e licenziare permanentemente migliaia di lavoratori segna una discontinuità radicale. È un test sulla resilienza della macchina statale e sull’equilibrio tra poteri. E qui torna il nodo politico: chi paga il prezzo di fronte all’opinione pubblica. Un sondaggio Gallup diffuso la scorsa settimana mette il governo federale in fondo alla classifica di fiducia, con oltre il 60% di valutazioni negative, peggio perfino dell’industria farmaceutica. Un dato che pesa, perché uno shutdown prolungato non farebbe che rafforzare la percezione di un’istituzione inefficiente, litigiosa, incapace di garantire servizi di base. All’opposto, i settori più amati sono quelli legati alla vita quotidiana: agricoltura, ristorazione, computer. Cibo, tavolo e strumenti tecnologici. Tre certezze in un’America che non si fida più della politica.

Lo shutdown non è mai un evento sistemico per i mercati, ma ogni volta è una ferita per la credibilità istituzionale americana.