Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 stanno dominando i titoli mondiali non tanto per le imprese eroiche sugli sci o sul ghiaccio, quanto per un dettaglio che ha del grottesco: le medaglie che si staccano dal nastro, scheggiano o finiscono per terra nel momento stesso in cui gli atleti le festeggiano. Ovvero, quell’istante in cui l’euforia lascia spazio a un sorriso teso. Ma, paradossalmente, queste sono anche le medaglie più “pesanti” della storia recente: non tanto per grammatura, quanto per valore intrinseco dei metalli.

Dal Wall Street Journal al The Guardian, da Le Monde a ZDF, fino ai notiziari australiani e giapponesi, non c’è testata che non abbia dedicato spazio a questo piccolo grande dramma simbolico. Le frasi degli atleti, tra ironia e delusione, sono diventate titoli. “Non so se gli italiani siano famosi per l’ingegneria”. “Non saltate quando le indossate”. È la grammatica dell’emotività olimpica. Si vince, si piange, si urla, poi si guarda il metallo che dovrebbe consacrare anni di sacrifici. Dalla statunitense Breezy Johnson, all’italiana Lucia Dalmasso, al francese Mathis Desloges, al tedesco Justus Strelow, il copione è stato lo stesso: anni di disciplina e rinunce culminati in un trofeo che sembra progettato per durare meno di un selfie.
Gli organizzatori hanno promesso riparazioni immediate. Il Poligrafico e Zecca dello Stato ha già predisposto l’intervento tecnico e il caso, per quanto imbarazzante, appare gestibile e destinato a rientrare.
Se però spostiamo lo sguardo dal difetto all’oggetto in sé, Milano Cortina 2026 segna un primato molto meno effimero di qualsiasi polemica estetica: le sue medaglie sono le più costose della storia moderna in termini di valore intrinseco dei metalli.
Per la prima volta l’oro olimpico supera in modo netto la soglia psicologica dei 1.000 euro di contenuto materiale. Non è solo un record contabile, è un segnale di epoca. Significa che il simbolo massimo della vittoria sportiva è diventato, tecnicamente, un piccolo lingotto travestito da trofeo.

Prendiamo proprio quest’ultima, la tanto desiderata medaglia d’oro: 506 grammi totali, 6 grammi di oro puro placcati su una base massiccia di argento e rame. Ai prezzi di apertura dei metalli nel giorno dell’Olimpiade, il valore supera i 1.678 euro. Record assoluto. Non è la medaglia più pesante in assoluto, quel primato resta a PyeongChang 2018 con 586 grammi, seguita da Vancouver 2010 fino a 576 e Salt Lake City 2002 con 567, ma è la combinazione tra massa importante e quotazioni dei metalli ai massimi storici a renderla irraggiungibile.
Lo stesso vale per l’argento: 500 grammi quasi interamente in metallo puro, per circa 896 euro. Anche qui massimo storico. Il bronzo, 420 grammi di lega rame-zinco, vale circa 4,5 euro. Una cifra quasi simbolica, ma comunque tra le più elevate degli ultimi vent’anni semplicemente perché le medaglie sono diventate più grandi e il rame, pur senza l’esplosione dell’oro, ha mantenuto un trend rialzista strutturale.
Il confronto con Torino 2006 è impietoso. Oro da 450 grammi, oggi rivalutato intorno ai 277 euro. Argento a 151 euro. Bronzo a 2,3 euro. Sei volte di più per l’oro, quasi sei volte per l’argento, circa il doppio per il bronzo. Non è solo una questione di peso. È una questione di ciclo storico. Dal 2006 a oggi l’oro in euro è salito di oltre otto volte, l’argento di sette volte e mezzo. È il riflesso di crisi finanziarie, quantitative easing, tassi reali negativi, pandemia, tensioni geopolitiche e non solo. La medaglia è diventata un condensato di politica monetaria.
Se ordiniamo le edizioni dal 2000 in poi per valore intrinseco delle medaglie, ne esce una cronologia quasi perfetta dell’inflazione dei metalli. In cima Milano Cortina 2026 con 1.678 euro. Poi Parigi 2024, oltre 800 euro, con i 18 grammi di ferro originale della Torre Eiffel incastonati al centro. Tokyo 2020, circa 790 euro, prima edizione interamente riciclata da dispositivi elettronici donati dalla popolazione. Pechino 2022, oltre 700 euro. Londra 2012, 660 euro in pieno picco dell’oro post crisi finanziaria.

Scendendo indietro nel tempo, i valori si comprimono rapidamente. Rio 2016, PyeongChang 2018, Sochi 2014, Vancouver 2010 restano sotto i 600 euro. Torino 2006 sotto i 300. Salt Lake City 2002 attorno ai 230. Pechino 2008, con la giada che aggiungeva valore artistico ma non fondibile, poco sopra i 200. Sydney 2000 e Atene 2004 chiudono la classifica sotto i 150 euro, espressione di un’epoca di medaglie minute e di metalli ancora lontani dai massimi attuali.
Per l’argento la dinamica è quasi speculare. Milano Cortina domina. Tokyo e Parigi seguono. Atene 2004 e Pechino 2008 appaiono oggi quasi simboliche.

Per il bronzo i numeri restano marginali, mai oltre i 5 euro, a dimostrazione che qui il valore industriale e simbolico supera quello strettamente metallico.

C’è un filo conduttore che lega le ultime edizioni. Una trasformazione dell’oggetto medaglia, diventato nel tempo più strutturato, più materico, più narrativo.
Dalle medaglie leggere e quasi classiche di Atene 2004, appena 135 grammi, si è passati a una nuova stagione inaugurata da Torino 2006, che ha ridefinito gli standard dimensionali delle edizioni invernali. Da allora le medaglie Winter sono rimaste stabilmente sopra i 500 grammi, con picchi a PyeongChang 2018 e Vancouver 2010. Milano Cortina, con i suoi 506 grammi, non è la più pesante, anzi è tra le più “sobrie” del ciclo recente, ma resta dentro questa nuova categoria di oggetti imponenti, lontani anni luce dalle versioni minimal degli anni Duemila.
Non è quindi una corsa continua al peso massimo. È una mutazione di linguaggio. La forma forata di Torino e Milano, la giada di Pechino 2008, il policarbonato di Sochi, l’arte aborigena di Vancouver, il riciclo totale di Tokyo, il ferro della Torre Eiffel a Parigi. Ogni medaglia ha cercato di raccontare il proprio tempo non solo attraverso il design, ma attraverso la materia stessa. Il peso non cresce in modo lineare. Cresce la complessità simbolica. E con essa, inevitabilmente, cresce anche l’esposizione ai cicli dei metalli.
Ma è il prezzo dei metalli a raccontare il mondo in modo più crudo. L’Istat segnala a gennaio 2026 un aumento tendenziale del 21,6% per gioielli e orologi, prima voce per rincari. Non è un dettaglio. La medaglia olimpica è, in fondo, un oggetto di gioielleria istituzionale. E incorpora la stessa pressione inflazionistica che colpisce i consumatori.
Se guardiamo i numeri con distacco, 1.678 euro per un oro e 896 per un argento sono cifre inferiori a molti accessori di lusso. Meno di una borsa iconica, meno di un weekend in alta stagione. Eppure, l’attenzione globale si concentra sul gancio difettoso, non sul fatto che l’oro olimpico è diventato un piccolo lingotto portatile, 500 grammi di metallo che riflettono il ciclo economico globale.
Il paradosso è tutto qui. La medaglia può rompersi, ma il suo valore intrinseco non è mai stato così alto. L’aggancio è fragile, il prezzo no. In questo scarto tra la precarietà dell’oggetto e la solidità del suo contenuto metallico c’è una sintesi molto chiara dello stato del mondo: forme istituzionali che scricchiolano, sotto cui scorrono flussi di valore enormemente accresciuti.
Paradossalmente poi, proprio queste medaglie imperfette di Milano Cortina finiscono per essere tra le più autentiche: ricordano che persino nel momento della vittoria tutto può “staccarsi”, cadere, incrinarsi. Che sul podio si può inciampare come nella vita, e che l’oro più puro non è quello placcato sui 506 grammi, ma la capacità di rialzarsi quando il simbolo materiale vacilla. Il valore economico racconta il ciclo del mondo, il valore umano resta altrove, e nell’intervallo tra i due si gioca, più di quanto sembri, il senso di queste Olimpiadi.
Metodologia di Analisi del Valore Intrinseco delle Medaglie Olimpiche (2000-2026)
L’analisi ha l’obiettivo di stimare il valore intrinseco delle medaglie olimpiche assegnate nelle edizioni estive e invernali dal 2000 al 2026, incrociando tre insiemi di dati: quotazioni delle materie prime sui mercati finanziari, specifiche tecniche ufficiali di coniazione e coefficienti di rivalutazione monetaria.
Per la determinazione del costo delle materie prime sono stati utilizzati i prezzi spot di oro e argento, espressi in euro al grammo. La scelta dei prezzi spot, in luogo dei contratti futures, è stata adottata per evitare distorsioni dovute ai costi di rollover o al contango tipico dei derivati. Le serie storiche sono state estratte dalla piattaforma TradingView, identificando il prezzo di apertura della seduta di avvio di ciascuna Olimpiade. Le quotazioni originariamente espresse in once sono state convertite in grammi applicando il fattore standard di 31,1035; per il rame, componente principale delle medaglie di bronzo, è stata utilizzata la conversione libbra‑grammo pari a 453,592.
Il calcolo dei pesi netti si fonda sui report ufficiali dei Comitati Organizzatori (OCOG), sui dossier del CIO e sui dati tecnici forniti dalle zecche produttrici (es. Poligrafico e Zecca dello Stato, Monnaie de Paris, Royal Mint) e da Gemini. Per massimizzare l’accuratezza, ogni medaglia è stata scomposta nei suoi elementi metallici puri. Per la medaglia d’oro è stato applicato lo standard CIO, che prevede una placcatura minima di 6 grammi di oro puro, attribuendo il peso restante al nucleo in argento (con purezza variabile tra 925/1000 e 999/1000 a seconda dell’edizione). Sono state inoltre isolate e sottratte dal calcolo le componenti non preziose, quali gli inserti in ferro di Parigi 2024, la giada di Pechino 2008 o il policarbonato di Sochi 2014, così da ottenere il peso netto del metallo prezioso.
Per rendere comparabili i costi sostenuti in epoche economiche differenti, i valori nominali calcolati sono stati trasformati in valori reali (euro 2026), applicando i coefficienti di rivalutazione monetaria forniti dall’Istat (indice FOI, prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi). Il coefficiente è stato ottenuto rapportando l’indice Istat dell’ultimo mese disponibile (dicembre 2025) all’indice del mese di svolgimento di ciascuna Olimpiade. Tale procedura consente di depurare l’analisi dall’effetto dell’inflazione ed evidenziare l’incremento di valore dovuto esclusivamente all’apprezzamento delle materie prime.
Il valore finale per ciascuna medaglia è stato determinato sommando il prodotto tra il peso netto di ogni metallo componente e il suo prezzo di mercato storico, e moltiplicando infine il totale per il coefficiente di rivalutazione Istat.
