Il Prezzo della Verità: Bitcoin, Oro e l’Anomalia dell’S&P 500

Il ritorno sui mercati, nella prima seduta della nuova settimana e del nuovo mese, è stato tutt’altro che banale. A colpire non è tanto la direzione dei prezzi, quanto la scomposizione dei movimenti. Materie prime di nuovo sotto pressione, crypto in correzione violenta, Bitcoin ha ceduto oltre il 10% in una sola seduta, mentre l’azionario saliva con decisione. In Europa sono arrivati nuovi massimi storici. Lo Stoxx 600 ha aggiornato l’8° massimo storico dall’inizio dell’anno, l’Ibex l’undicesimo. Un mercato che, guardato dai livelli degli indici, appare sereno. Ma è una serenità che regge solo in superficie.

La giornata, infatti, era partita con premesse opposte. Apertura debole in Europa, trascinata dalle vendite asiatiche. Il Kospi aveva perso quasi il 5% lunedì, salvo poi recuperare interamente le perdite e segnare oggi il ventesimo nuovo massimo storico. Anche sui listini asiatici i metalli erano stati colpiti con forza. Poi il cambio di passo. L’Europa ha invertito la rotta e ha chiuso con un +1% sullo Stoxx 600, gli Stati Uniti hanno proseguito nella seconda parte della seduta, con l’S&P 500 a +0,54%, il Nasdaq 100 a +0,73% e il Russell 2000 a +1,02%, con le small cap in chiara sovraperformance.

È in questo contesto, apparentemente risk-on ma attraversato da attriti evidenti, che il confronto sulla volatilità realizzata diventa più istruttivo di qualsiasi commento macro. Oggi l’S&P 500 viaggia intorno al 10% di volatilità. È, di fatto, l’asset più placido del gruppo, quasi un’oasi di stabilità in un panorama segnato da incertezze. Un paradosso solo apparente: non perché il rischio non esista, ma perché è stato distribuito, diluito e assorbito all’interno dell’indice stesso.

Oro e argento, al contrario, mostrano una volatilità sensibilmente più elevata: argento oltre il 119%, oro intorno al 44%. E non è un’anomalia confinata al presente. Storicamente, le materie prime si sono spesso mosse più dell’azionario, soprattutto nelle fasi di stress macro, di transizione monetaria o di shock inflazionistici. L’argento resta l’asset più ambiguo: monetario, industriale e, spesso, speculativo. Quando il ciclo accelera o frena bruscamente, reagisce senza filtri.

Qui cade uno dei miti più radicati: oro e argento, considerati porti sicuri, non sono mai stati asset a bassa volatilità. Sono stati semplicemente più diretti. L’azionario è un contenitore diversificato di rischio; i metalli sono strumenti di espressione dello shock. La funzione di hedge è stata spesso confusa con una presunta stabilità intrinseca che, nei dati, non è mai esistita.

Grafico storico volatilità realizzata 1960-2026: confronto Bitcoin, Oro, Argento e S&P 500
La prospettiva storica: il grafico mostra come i picchi di volatilità dell’Argento (linea grigia) e dell’Oro (linea gialla) abbiano storicamente rivaleggiato con le criptovalute, smentendo il mito della stabilità assoluta.

In questo quadro si inserisce il Bitcoin, protagonista di un bear market che dura ormai da 120 sedute, con un drawdown dai massimi che sfiora il 37%. La novità strutturale, tuttavia, è che la volatilità del Bitcoin non è più un’anomalia isolata, ma sta convergendo verso quella dell’oro.

Non siamo di fronte a un Bitcoin che si calma, ma a un mondo in cui tutte le fonti di rischio si stanno riattivando. La volatilità dell’oro sale per intercettare l’incertezza macro, quella del Bitcoin sale per la correzione dei prezzi, e le due curve si toccano. Questo allineamento ci dice che la distinzione tra “asset rischioso” e “safe haven” non passa per la stabilità del prezzo giornaliero, ma per la correlazione con le crisi sistemiche. L’azionario rimane anestetizzato, mentre metalli e crypto stanno urlando che il rischio è reale, vivo e, soprattutto, volatile.

Ed è proprio questa eccezione azionaria a rendere il quadro interessante. Mentre metalli e crypto tornano a muoversi in modo violento, l’indice statunitense resta compresso. Flussi passivi, concentrazione su pochi grandi nomi e aspettative stanno trasformando l’indice in un ammortizzatore. Il rischio non scompare, cambia solo canale. 

Il segnale vero oggi non è quale asset sia più volatile, ma il fatto che la volatilità stia cambiando casa. Quando i presunti rifugi diventano nervosi e l’azionario appare insolitamente stabile, il mercato non sta negando il rischio, lo sta redistribuendo. E storicamente, questa dinamica precede i cambi di regime, non le fasi di equilibrio. In sottofondo, il rumore macro non aiuta. La chiusura parziale del governo USA, pur non impattando strutturalmente l’economia, torna a influenzare il sentiment. A questo si aggiunge il rinvio dei dati sul lavoro (NonFarm Payrolls e JOLTS) da parte del BLS. Un ritardo probabilmente breve, ma che aggiunge incertezza temporanea in un sistema dove anche il tempo ha un prezzo.