Wall Street vs Europa: La Frattura dei Record e la Nuova Era alla Fed

Da una parte Wall Street, dove gli utili comandano e il momentum sembra inarrestabile. Dall’altra l’Europa, appesantita dal petrolio, dall’Iran e da un’economia che fatica a trovare la direzione giusta. La scorsa settimana quella frattura si è allargata ancora.

Quarto venerdì consecutivo con i principali indici americani che chiudono su nuovi massimi storici. Per l’S&P 500 sono arrivati altri tre All-Time High soltanto nella scorsa settimana, quindici da inizio anno, con un progresso settimanale del +2,33%, la sesta settimana consecutiva in rialzo. Anche il Nasdaq 100 continua ad aggiornare i record. Tre nuovi massimi storici negli ultimi cinque giorni, undici da inizio anno, e una performance settimanale del +5,50%.

Ma il rally di Wall Street non è frutto di una cecità speculativa, ma è alimentato da una stagione degli utili, quella del Q1 2026, che sta riscrivendo le statistiche storiche. Non parliamo solo di ottimismo, ma di una solidità operativa che trova pochi precedenti nella storia recente. Dei 440 componenti dell’S&P 500 che hanno già pubblicato i conti del Q1 2026, l’83,2% ha battuto le stime sugli EPS. La media storica dal 1994 è al 67%. Negli ultimi quattro trimestri ci si era fermati al 78%. Il fattore sorpresa aggregato viaggia all’8,1%, quasi il doppio rispetto alla media storica del 4,4%; e sui ricavi il 78.2% delle aziende ha superato le attese contro una norma del 63%. Nel frattempo, le stime sugli utili continuano a salire. Gli earnings ponderati per la capitalizzazione sono passati da 598,7 a 681,3 miliardi di dollari nel corso della reporting season. Un rialzo del +13,8% nelle sole revisioni trimestrali. La crescita annuale degli utili del Q1 si attesta al +28,6%, che diventa +30,0% escludendo l’energia. La tecnologia continua a fare da locomotiva, con una crescita del +52,5% anno su anno, con i semiconduttori a +110,2%.

La rotazione settoriale di questa settimana mette tutto in prospettiva. Guardando le performance settoriali, il quadro è inequivocabile: XLK, il Tech, ha guadagnato l’8.43% in cinque sedute contro il +2.35% dello SPY. Tutti gli altri dieci settori, nessuno quindi escluso, hanno sottoperformato l’indice. Non è un caso isolato. Dalla data di inizio del conflitto in Iran (27 febbraio), il Tech è l’unico settore ad aver battuto lo S&P 500 con un +26.65% contro il +7.82% dell’indice. Nel mese corrente (MTD) la storia si ripete: XLK a +10.04% contro uno SPY a +2.64%, con tutti gli altri sotto. L’aspetto più rilevante è forse quello speculare sull’Energia: XLE perde il -5.35% questa settimana e il -6.62% da inizio mese, mentre da YTD era ancora il settore leader con un +25.39%.

La prospettiva YTD offre però una lettura più sfumata e per certi versi rassicurante. Da inizio 2026, sei settori su undici battono ancora lo S&P 500 (+8.46%): Energia (+25.39%), Tech (+22.07%), Materiali (+14.27%), Industriali (+11.97%), Real Estate (+10.80%), Consumer Staples (+8.98%). Solo tre settori sono in territorio negativo: Communication Services (-0.35%), Finanziari (-5.96%) e Healthcare (-6.93%). Non è quindi un mercato monodimensionale su orizzonti un po’ più lunghi. Ma nel breve (settimana, mese, e da quando è cominciata il conflitto in Iran) il Tech ha preso il comando e non lo ha più lasciato.

Eppure, c’è qualcosa che stona. Guardando gli indicatori di ampiezza del mercato, il quadro è sorprendentemente debole per un indice ai massimi storici. Solo il 51.2% dei titoli dell’S&P 500 è sopra la propria media a 50 giorni (e la passata settimana il numero è sceso del 7%). Appena il 53.0% sopra la 200 giorni (-6.8% la scorsa settimana). E meno del 46% sopra la media a 100 giorni, crollata del 12% in cinque sedute.

La lettura di questa divergenza è però a doppio taglio. Da un lato indica che il rally è fragile e dipendente da pochi protagonisti: se uno di questi dovesse deludere, non ci sarebbero abbastanza titoli in forza a fare da cuscinetto. Dall’altro, quella stessa debolezza diffusa rappresenta potenziale latente. Se i settori rimasti indietro dovessero agganciarsi al movimento, lo S&P 500 avrebbe carburante per estendere il rialzo su basi molto più solide. Non è un segnale di inversione immediata. È un bivio: o il Tech si inceppa, o il resto del mercato lo raggiunge.

In Europa la settimana si chiude in sostanziale parità. STOXX 600 +0.10%, DAX +0.19%, CAC 40 piatto. L’eccezione è il FTSE MIB, che guadagna il +2.16% e si conferma tra i migliori d’Europa. La stagione degli utili europea è solida, ma strutturalmente più debole di quella americana. Dei 211 componenti dello STOXX 600 già rendicontati, il 60.2% ha battuto le stime EPS, sopra la media storica del 54% ma lontano dall’83% americano. Il fattore sorpresa aggregato è all’8.7%, anch’esso sopra la media di lungo periodo, ma la nota stonata arriva dai ricavi: solo il 53.1% delle aziende ha superato le attese di fatturato, contro una media del 58%. La crescita degli utili Q1 si attesta al +10.2%, mentre i ricavi crescono di un simbolico +0.2%.

A livello settoriale l’Energia domina con un +48.4% di crescita utili, i Finanziari crescono del +16.0%, la Tecnologia del +7.3%. Sul lato opposto, Real Estate (-14.3%) e Utilities (-11.0%).

Gli appuntamenti della settimana:

La settimana si apre con una notizia che cambia il tono di tutto il resto. L’Iran ha respinto la proposta americana. Trump ha commentato senza mezzi termini: “Ho appena letto la risposta di quelli che si definiscono rappresentanti dell’Iran. Non mi piace quello che ho visto. È semplicemente inaccettabile.” Il WTI era già risalito dai $95 al barile venerdì, dopo gli scontri rinnovati nel Golfo. Questa mattina la situazione è peggiorata. Quattro temi dominano l’agenda della settimana: il rischio geopolitico, il summit Trump-Xi, l’inflazione americana e la fine dell’era Powell.

Il rischio geopolitico torna quindi al centro, e con forza. Il cessate il fuoco, già fragile venerdì dopo attacchi a petroliere e blocco dei porti iraniani, si è definitivamente incrinato nel weekend. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso, la disruption da 16 milioni di barili al giorno continua, e i report mensili di OPEC e IEA in uscita mercoledì assumeranno un peso che in condizioni normali non avrebbero.

Giovedì Trump arriva a Pechino per due giorni di summit con Xi Jinping. È la prima visita ufficiale di un presidente americano in Cina dal 2017, quando Trump era al suo primo mandato. Nessun presidente americano ci è andato da allora. L’incontro era già fissato per fine marzo ed è stato rinviato proprio per la guerra. In agenda ci sono i dazi, la competizione sull’AI, le terre rare e geopolitica.

Martedì arriva il CPI americano di aprile, il dato macro più atteso della settimana. Le stime indicano un’inflazione headline al 3.4% anno su anno, il livello più alto da aprile 2024, trainata dal caro energia. Sul mese la variazione dovrebbe rallentare a +0.6% dal picco di quasi quattro anni a +0.9% di marzo, ma il dato core è visto in accelerazione a +0.4% da +0.2%. Mercoledì tocca al PPI (+0.4% atteso), giovedì alle vendite al dettaglio. La lettura combinata di questi dati dirà quanto dell’inflazione da petrolio stia già filtrando nei prezzi core, e quanto margine rimanga alla Fed per ignorarla. Una domanda che questa settimana acquisisce una dimensione istituzionale precisa: venerdì 15 maggio scade il mandato di Jerome Powell. Kevin Warsh prende il suo posto come diciassettesimo presidente della Federal Reserve, in un passaggio di consegne che i mercati obbligazionari stanno guardando con apprensione crescente. Powell ha dichiarato che rimarrà come governatore per un periodo ancora da determinare (fino a un massimo del 31 gennaio 2028), con l’obiettivo dichiarato di tutelare l’indipendenza della Fed dalle pressioni politiche e legali in corso.

In questo quadro si inserisce anche Scott Bessent, in Giappone per tre giorni di incontri con il ministro delle Finanze Katayama e la premier Takaichi. Il tema centrale è lo yen, che continua a indebolirsi. Gli osservatori monitoreranno quanto Washington sia disposta a sostenere un eventuale intervento sul cambio.

Sul fronte delle trimestrali, la settimana porta dati rilevanti su entrambe le sponde dell’Atlantico. Dalla Silicon Valley arrivano Cisco mercoledì e Applied Materials giovedì, quest’ultima con azioni già a +69% da inizio anno. Da Pechino, mercoledì Alibaba e martedì JD.com offriranno una finestra diretta sulla domanda del consumatore cinese. In Europa è la settimana di Siemens, Allianz, Siemens Energy, Deutsche Telekom, E.ON, RWE e Telefónica, un blocco che coprirà industriali, utilities e telecomunicazioni, settori tra quelli più sotto pressione in questo ciclo. Venerdì 15 maggio è anche la scadenza per i 13F filing, i moduli con cui i grandi gestori istituzionali americani rivelano le posizioni al 31 marzo: una lettura preziosa per capire dove il denaro professionale si è mosso durante le turbolenze di inizio anno.

Il calendario macro europeo aggiunge complessità. La Germania pubblica lo ZEW di maggio, atteso in calo per il quarto mese consecutivo, potenzialmente al livello più basso dal dicembre 2022: la fiducia degli investitori tedeschi resta compressa, e il rifiuto iraniano di questa mattina non aiuterà. La seconda stima del PIL europeo Q1 arriva mercoledì insieme alla produzione industriale dell’Eurozona. Per l’Italia, la produzione industriale di marzo è attesa sostanzialmente piatta dopo il modesto recupero di febbraio, conferma della stasi manifatturiera. Escono anche le stime finali dell’inflazione italiana di aprile, che acquistano peso ulteriore nel contesto del dibattito europeo sui prezzi al consumo.